Fiorenza Pascazio torna alla guida di Bitetto per il terzo mandato consecutivo.
La prima volta che ho visto nascere una campagna elettorale non sapevo davvero cosa stessi guardando.
Mi ero appena affacciata all’agenzia BeeUp, ancora più come spettatrice che come parte attiva. Il progetto principale in quei mesi era la candidatura di Fiorenza Pascazio a sindaca di Bitetto. Sono entrata così nel meraviglioso mondo della comunicazione: da una lista civica che si sarebbe chiamata PrimaVera Cittadina, da un nome che custodiva già una promessa, da un’immagine coordinata che prendeva forma sotto i miei occhi mentre io, più che comprenderla, la respiravo. Vedevo scegliere un simbolo, un tono, un modo per tenere insieme una candidata, una lista e un’idea di paese. Solo dopo avrei capito che si trattava di posizionamento. Allora mi colpiva soprattutto vedere come le idee prendevano corpo prima ancora di farsi parole.
Nel 2015 il Comune di Bitetto, commissariato, era in fase di stallo, per cui il progetto nasceva intorno alla voglia di cambiamento che si respirava in paese. In competizione con altri tre candidati, Pascazio vinse quelle elezioni con il 35,05% e 2440 voti: le distanze erano ancora contenute e l’equilibrio politico tutto da costruire.
Cinque anni dopo, per la campagna del secondo mandato, ero passata da stagista a professionista: non guardavo più soltanto la campagna prendere forma, contribuivo a tradurla in testi, ritmo e racconto quotidiano. Nel 2015 avevo visto nascere una promessa, nel 2020 dovevamo raccontare un’amministrazione che aveva trasformato quella promessa in bilancio. La malva ha lasciato spazio alla melagrana, perché “la buona politica porta i suoi frutti”: la nuova stagione doveva diventare raccolto. Pascazio fu riconfermata con il 62,8% e 4.611 voti.
Nel 2026 la campagna ha chiuso un cerchio: Fiorenza Pascazio è stata rieletta sindaca di Bitetto con il 68,39% dei voti.
Il dato più interessante non è la percentuale, è la tenuta. Nel 2020 Pascazio aveva ottenuto 4.611 voti, nel 2026, dopo due mandati e con un’affluenza inferiore, ne ha ottenuti 4.630. La percentuale racconta una vittoria larga, i voti assoluti raccontano una figura politica che il tempo non ha logorato. Tre campagne in undici anni, stesso volto, consenso progressivamente consolidato: una storia elettorale che diventa un caso scuola di comunicazione politica locale.
Pascazio veste Prada?
L’immagine politica come asset
Fiorenza Pascazio comunica bene. Ha una dialettica alta ma agile, sa tenere un discorso pubblico senza appesantirlo, attraversa gli attacchi senza farsi trascinare ogni volta sul terreno scelto dagli sfidanti. È anche una donna di bell’aspetto e sarebbe ingenuo fingere che l’immagine non conti in politica, ma sarebbe ancora più ingenuo pensare che basti perché la politica è fatta anche di corpi, voci e posture.
Nel caso di Pascazio l’immagine funziona perché non arriva da sola, dietro c’è una figura pubblica costruita nel tempo: avvocata di formazione, sindaca rieletta, presidente di ANCI Puglia. La sua comunicazione ha retto per questo, non perché fosse patinata o virtualmente inattaccabile, ma perché poggiava su una figura già leggibile.
Come se fosse antani
Quando comunicare bene diventa sospetto
Ed è proprio quella leggibilità che a un certo punto della campagna è diventata bersaglio. Se all’inizio il tema dominante era la necessità di cambiamento, che peraltro era stato anche il fulcro della prima campagna di PrimaVera Cittadina (e diciamocelo, in fondo lo è di qualunque formazione politica corra contro l’amministrazione uscente), in seguito l’altra lista si è concentrata proprio sulla costruzione di Pascazio. Troppo curata, quindi falsa. Troppo efficace, quindi artefatta. Troppo riconoscibile, quindi studiata a tavolino.
È una scorciatoia interessante.
C’è un meccanismo noto nel marketing e nella psicologia del consumo, è detto “bias di perfezione”: quando qualcosa appare privo di difetti, invece di suscitare ammirazione genera diffidenza, perché istintivamente leggiamo l’assenza di sbavature come segno di artificio.
Lo stesso vale nella politica locale, dove la comunicazione professionale viene tollerata finché non funziona troppo bene: se una campagna è disordinata sembra spontanea, se è coerente diventa sospetta, se ha una linea qualcuno prima o poi dirà che è artificiale, come se l’improvvisazione fosse una prova di sincerità.
La verità è che può essere un indizio, ma da sola non ha la forza di comprovare alcunché. A volte è freschezza, più spesso è assenza di metodo, e il metodo, al contrario, è una forma di rispetto per i contenuti, per il pubblico, per il tempo di chi ascolta.
Una comunicazione curata può essere usata per manipolare, oppure per rendere nitida una figura, scegliere quali tratti portare in primo piano, ordinare una storia che altrimenti resterebbe dispersa in episodi.
Nel caso di Pascazio non ha dovuto inventare una candidata credibile, ha lavorato su una figura che possedeva già una sua consistenza: presenza pubblica, dialettica, ruolo istituzionale, storia amministrativa, riconoscibilità.
Nei paesi piccoli soprattutto, la maschera ha vita breve. Le persone ti incontrano, ti fermano, ti ascoltano in piazza, ti vedono nei momenti ufficiali e in quelli storti. Una campagna può lucidare una figura, proteggerla per un tratto, darle ritmo e forza, ma se sotto c’è il vuoto il paese se ne accorge prima dell’algoritmo.
Attraverso lo schermo
La politica locale ai tempi dei social
Resiste ancora l’idea romantica, un po’ bugiarda, che nei piccoli comuni la politica sia tutta strette di mano, porta a porta, piazza, comizio, bar, famiglie. Lo è, solo che adesso non finisce più lì. Una contestazione diventa un video, un passaggio di un comizio diventa un meme, un candidato che perde il controllo viene tagliato, inoltrato, commentato. Gli episodi non restano nel perimetro dei presenti, circolano nei telefoni di chi non c’era.
Il paese non è scomparso dentro i social, si è sdoppiato. La reputazione, nei paesi piccoli, correva già veloce, adesso ha anche il tasto inoltra. Cambia il modo di fare politica anche dove sembra che nulla cambi mai: la relazione diretta continua a pesare, più che altrove, ma viene osservata, raccontata, deformata, amplificata. La comunicazione non è più un ornamento e i social sono il luogo in cui una comunità rilegge sé stessa.
Per questo il caso Pascazio è interessante: mostra una politica locale in cui non basta più essere conosciuti. Nei paesi piccoli lo sono tutti, la differenza è diventare riconoscibili dentro una traiettoria.
Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?
Alternanza e continuità nelle amministrazioni locali
L’ultima campagna aveva nel terzo mandato un punto critico evidente. Dopo undici anni di amministrazione il tema dell’alternanza era forte, chiedere ricambio, discutere il rapporto tra continuità e potere, interrogarsi su quanto a lungo una comunità possa identificarsi con la stessa guida politica era legittimo, ed era probabilmente l’argomento più insidioso per Pascazio. L’opposizione ha però scelto un registro molto duro: il terzo mandato è diventato una prova di colpevolezza, la continuità è stata raccontata come occupazione, il lessico della democrazia è scivolato verso parole assolute, pesanti, più utili ad accendere che a convincere.
Quando il tono sale troppo, l’argomento perde il centro. La campagna di Pascazio poteva permettersi di parlare delle cose fatte, aveva opere, servizi, progetti, finanziamenti, relazioni istituzionali, una storia amministrativa da portare nel discorso pubblico, mentre chi correva contro di lei doveva costruire una ragione di rottura e, contro una narrazione amministrativa così consolidata, il desiderio di cambiamento, declinato nel registro del “via i dittatori”, non poteva bastare.
In una campagna elettorale lo stile comunica quanto i contenuti, a volte di più, perché arriva prima. Ancora prima di capire se hai ragione, le persone percepiscono come la stai usando e, se la stai urlando, la ragione sembra più fragile.
Sbatti il mostro in prima pagina
Comunicazione politica e gestione del conflitto
L’episodio di Antonio Decaro racconta bene questa dinamica: era domenica sera quando il Presidente della Regione ha deciso di passare da Bitetto senza tenere un pubblico incontro, con il voto che sarebbe poi proseguito fino alle 15 del giorno dopo. È decisamente complicato pensare che tale visita abbia potuto spostare in modo decisivo il risultato, però l’accaduto aiuta a capire un metodo. La presenza a Bitetto dell’attuale Presidente della Regione era un tema delicato, da maneggiare con cura: una contestazione ferma avrebbe avuto spazio, una questione posta sul piano dell’opportunità istituzionale avrebbe costretto l’altra parte a rispondere, una nota asciutta avrebbe probabilmente pesato più di una reazione animata.
Invece la “scena” ha preso il sopravvento. Telefoni puntati, toni alti, concitazione, l’urgenza di mostrare il presunto torto nello stesso atto di denunciarlo. Il contenuto passava in secondo piano, restava il modo, e il modo diceva moltissimo. Non sulla vittoria, già largamente maturata altrove, ma sul tipo di opposizione che si stava mettendo in scena, su un modo di intendere il conflitto politico come smascheramento permanente, come produzione continua di indignazione.
Il problema di questi registri è che consumano anche gli argomenti buoni: parti da una contestazione legittima e arrivi a una scena scomposta, offrendo all’avversario continue e agilissime vie di fuga, da una parte la postura istituzionale, dall’altra l’agitazione. In quel momento non si decide un’elezione, si rivela uno stile.
La forma della sostanza
Cosa fa, davvero, una comunicazione professionale
Nonostante l’allusione ricorrente degli avversari a un prodotto farlocco confezionato ad arte da una sorta di Don Draper bitettese, Dino Anaclerio (la mente dietro BeeUp e dietro tutte le tre campagne di comunicazione politica di Pascazio), consapevole del ruolo che la comunicazione può e deve avere, non ha certo costruito la strategia di Fiorenza Pascazio sul vendere una menzogna.
È una formula comoda, spiega la sconfitta senza guardarla troppo da vicino: se l’altro ha vinto grazie alle “bugie”, il consenso diventa un effetto tecnico, una conseguenza di strumenti, grafiche, post, video, persone capaci di usare meglio i social.
Un fondo di verità c’è: la comunicazione incide, sarebbe assurdo, soprattutto per me, sostenere il contrario, ma proprio perché incide andrebbe presa sul serio, non liquidata come trucco. La comunicazione non è una polvere magica che si sparge su una candidatura, è una forma di organizzazione del senso: decide cosa arriva prima, cosa resta sullo sfondo, quale ritmo dare alla storia, quale immagine pubblica consolidare, quanto spazio lasciare all’orgoglio e quanto alla misura.
Nel caso di Pascazio questa forma ha funzionato perché aveva materia: una candidata riconoscibile, una lista cresciuta nel tempo, due mandati da raccontare, una comunità che si era già fatta un’idea, un’opposizione che, scegliendo toni duri e aggressivi, ha finito per conferire all’avversario ulteriore istituzionalità. La comunicazione da sola non basta, ma quando trova una struttura solida rende evidente ciò che esiste già, prima che si disperda.
Il caso Pascazio, per me, è materiale raro, capita poche volte di seguire l’intera evoluzione di un progetto di comunicazione e di contribuirvi. Una linea del tempo che va dalla nascita di un’identità politica alla sua consacrazione.
Fiorenza Pascazio non ha vinto solo perché comunicava bene, sarebbe una spiegazione troppo comoda anche per me. Ha vinto perché aveva costruito una presenza politica riconoscibile, perché quella presenza ha retto nel tempo, perché la comunicazione ha saputo darle forma, e perché chi le si è opposto ha preferito combatterne l’immagine invece di minarne la sostanza.
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