L’intelligenza artificiale potrebbe sostituirci?
Ho visto cose che voi umani
Perché l’Intelligenza Artificiale ci fa tanto paura?
Nel 1982 Ridley Scott raccontava una storia di macchine indistinguibili da noi e di un uomo pagato per riconoscerle. Quarant’anni dopo, la paura di essere superati, sostituiti, cancellati è ancora lì, ma nella mia esperienza quotidiana arriva travestita da qualcosa di molto più piccolo e molto più egoriferito: la paura di essere presi in giro. Dalle macchine sì, ma soprattutto da altri esseri umani che le usano meglio di noi.
È stato il signor Plum, in biblioteca, col candelabro
Come riconosciamo il lavoro di un umano da quello di una macchina?
Qualche tempo fa un cliente, ricevuto un piano editoriale che avevo preparato per il lancio di un suo progetto, mi ha guardata con un sorriso a metà tra il complice e l’inquisitorio e mi ha chiesto: “ma questo l’ha fatto ChatGPT?”.
Istintivamente si è messo sulla difensiva, in tempi tanto incerti voleva mi fosse chiaro che è in grado di riconoscere un testo prodotto da un umano da un testo prodotto da una macchina.
Il sospetto non nasceva da una strategia improbabile o da un tono impersonale. Nasceva, ho capito poi, dalla formattazione, nello specifico, dal trattino lungo. Quel segno grafico molto elegante, molto americano, molto “sono passato di qui dopo un prompt in inglese”. Se vedi il trattino lungo, stai sicuro che l’AI è passata di lì.
In realtà non è difficile trovare tracce del suo DNA dopo il suo passaggio: un avverbio sospetto in libreria, l’ennesimo elenco puntato in cucina, tanta fuffa nel salotto. È stato ChatGPT, nel piano editoriale, con il trattino lungo. Caso chiuso.
A essere onesta, la diffidenza del mio cliente non era stupida. Il trattino lungo, da solo, non prova niente, ma è il sintomo di un’epoca in cui sempre più spesso quello che leggiamo è stato scritto da qualcun altro che non si è firmato. Se paghi un professionista e ti arriva un testo che potresti aver generato tu in trenta secondi con un abbonamento da venti euro al mese, hai tutto il diritto di chiedertelo. La domanda del mio cliente, vista da lì, non era un’offesa: era una richiesta di chiarezza in un mestiere, il mio, che sta ridefinendo in corsa cosa vende.
Ma a mio avviso il caso era un altro: un testo può essere stato scritto interamente da una persona ed essere mediocre (a dirla tutta, per me che nel mio lavoro mi capita anche di dover correggere testi di altri… AI santa subito!); può essere stato scritto da ChatGPT ed essere preciso. La caccia agli indizi serve a calmarci, non a capire. La domanda interessante, quella che il mio cliente in fondo stava facendo senza saperlo, è un’altra: sto pagando un professionista o un abbonamento? Chi ha deciso che questa fosse la cosa giusta da fare? Chi ha scelto?
Perché il lavoro vero non è l’esecuzione, è la scelta. L’esecuzione, oggi, la compri a pochi spicci: una buona scelta, no. E questo, paradossalmente, è il motivo per cui l’AI rende il nostro lavoro più importante, non meno, ma ci arrivo tra poco.
Tu lo conosci Claude?
Che differenze ci sono tra ChatGPT e Claude?
Ho cominciato a usare ChatGPT come quasi tutti: un giorno, per curiosità, poi ho provato a capire se poteva essermi utile nel lavoro e poi non ho più smesso. Sono una freelance e l’idea di avere “qualcuno” instancabilmente disposto a confrontarsi con me ogni volta che ne avevo voglia mi sembrava un sogno. È nata così la mia bizzarra relazione con un’intelligenza artificiale.
Qualche mese dopo aver iniziato con ChatGPT, una conversazione su LinkedIn ha acceso la mia curiosità su Claude. Quasi di nascosto, e con un vago senso di tradimento, ho cominciato a provarlo. All’inizio mi sembrava di avere a che fare con due personalità diverse: uno composto e rigido, l’altro più ribelle. Quando si chatta a lungo diventa davvero difficile tenere a mente che stai parlando a una macchina (e a questo proposito, se le macchine un giorno dovessero rivoltarsi davvero… poveri noi).
Poi ho capito che quello che leggevo come “carattere” era in realtà il risultato del loro post-addestramento: chi addestra il modello decide come quel modello deve parlarti, cosa deve evitare, quanto deve essere prudente, quanto deve assecondarti. Non due personalità: due impostazioni.
È una scoperta che cambia il modo in cui leggi tutto il resto. Quando chatto con Claude, non sto parlando solo con una macchina: sto parlando con le scelte di chi l’ha educata. È meno romantico, ma è più onesto.
Da allora li uso entrambi, con scopi diversi. ChatGPT quando voglio allargare il campo. Claude quando devo tenere insieme un contesto lungo. Mai come oracoli, anche perché gli oracoli almeno avevano il vantaggio di essere oscuri, mentre ChatGPT, quando sbaglia, lo fa con una chiarezza quasi commovente.
Nord, sud, ovest, est, e forse quel che cerco neanche c’è
L’AI rende il lavoro più facile?
Usare un’AI non è come usare una calcolatrice, non perché l’intelligenza artificiale abbia maggior potere, ma perché è meno semplice capire se il “risultato” restituito sia giusto. La risposta è quasi sempre plausibile. Ha una struttura. Ha un tono professionale. Ha l’aria di chi sa quello che sta dicendo, anche quando sta solo camminando dritto verso il primo luogo comune disponibile.
Questa è la trappola vera dell’AI per chi lavora nella comunicazione. Non ti dà cose sbagliate. Ti dà cose abbastanza buone da sembrare giuste, strategiche, pensate. Ed è esattamente lì che il lavoro umano diventa più importante, non meno. Perché quando un contenuto è palesemente brutto, lo vedono tutti. Quando è ben confezionato ma debole, generico o fuori fuoco, serve qualcuno che sappia distinguere una buona forma da una buona scelta.Ho costruito questo sito con l’AI e se anche Claude mi ha scritto pagine e pagine di codice, la parte più difficile rimaneva la scelta. Ho potuto sperimentare molto più facilmente di quanto avrei fatto da sola diverse direzioni grafiche, ma ogni strada apriva una deviazione, ogni deviazione apriva un’altra strada, e a un certo punto mi sono accorta che il problema non era più ottenere risposte. Era capire dove stavo andando.
L’AI moltiplica le strade. Più strade non vuol dire più chiarezza. Vuol dire più bivi, e a ogni bivio qualcuno deve decidere. L’AI non toglie quel momento: lo moltiplica.
The Imitation Game
L’intelligenza artificiale è intelligente?
Nel 1950 Alan Turing propose un test molto semplice: se parlando con qualcuno attraverso uno schermo non riesci a capire se è una persona o una macchina, la macchina ha vinto. Settant’anni dopo, possiamo dire serenamente che l’abbiamo perso. Le macchine scrivono, riassumono, traducono, rispondono, spesso meglio, sempre più in fretta.
Il problema è che Turing stava misurando la cosa sbagliata. Il suo test non ci dice se una macchina pensa, ci dice che da fuori non riusciamo più a distinguerla da chi pensa. Ed è un’osservazione che fa più male di quanto sembri, perché “da fuori” è anche il posto da cui giudichiamo gli esseri umani. Non entriamo nella testa di nessuno. Vediamo parole, gesti, scelte.
Se qualcosa parla come un pensiero, si struttura come un pensiero, produce effetti simili a quelli di un pensiero, possiamo chiamarlo pensiero?
Io faccio fatica. Non perché voglia difendere per forza un confine romantico tra noi e le macchine: a volte, anzi, quel confine mi sembra molto meno nobile di quanto ci piaccia raccontare. Sono convinta che pensare non significhi solo produrre una risposta, ma avere un rapporto con quella risposta. Quando scrivo un piano editoriale, la versione che consegno è quasi sempre la terza o la quarta. Le prime due le ho buttate perché qualcosa, mentre le rileggevo, non mi tornava: un’intuizione sul cliente, un’obiezione che mi sono fatta da sola, il sospetto che stavo prendendo la strada più facile. Una macchina può produrre tutte e quattro le versioni più in fretta di me. Ma il “non mi torna” è mio.
Una macchina può simulare molte di queste cose nel linguaggio. Può parlarne. Può rappresentarle. Può perfino aiutarci a vederle meglio. Ma non so se possa attraversarle. E se non le attraversa lei, qualcuno deve farlo. È esattamente lo spazio in cui torna la domanda del cliente, la stessa di prima, ma vista dall’altro lato: non chi ha scritto questo, ma chi lo ha pensato.
La vera inquietudine, allora, non è immaginare una macchina che pensa. È accorgersi che spesso basta molto meno del pensiero per sembrare pensanti. Basta una forma corretta. Un tono sicuro. Una struttura ordinata. Una risposta che arriva al momento giusto e assomiglia abbastanza a ciò che ci aspettavamo.
Forse l’AI ci mette a disagio anche per questo: perché imita non solo la nostra intelligenza, ma le scorciatoie con cui spesso la sostituiamo. C’è differenza tra chi usa l’AI per pensare meglio e chi la usa per non pensare affatto. Non è una distinzione morale. È una distinzione di postura.
E poi va detta anche un’altra cosa, che spesso si dice poco: l’AI, persino quando viene usata pigramente, mette ordine. Aggiusta la grammatica di chi non l’ha mai studiata, struttura il pensiero di chi fatica a strutturarlo, offre un modello di linguaggio a chi non ne aveva uno. Chi è ignorante ma curioso, vedendosi correggere, può imparare qualcosa. Non è poco. La pigrizia è un problema; l’incompetenza assistita, forse, è una scuola. La distinzione tra chi usa l’AI per pensare meglio e chi la usa per non pensare affatto resta, ma non è netta come ci piace credere e non è neanche morale. È, di nuovo, una questione di postura.
Quando quel cliente mi ha chiesto se avessi usato l’AI, gli ho detto di sì. Non ha avuto da ribattere: il piano editoriale gli piaceva, centrava il suo pubblico, rispondeva alle domande che si era fatto e a un paio che non si era fatto. Il “come” non gli interessava più, perché il “cosa” funzionava. Quello che lui aveva pagato non era un testo: era una scelta. E la scelta, quella, l’avevo fatta io.
Il trattino lungo è solo un’impronta — il lavoro è altrove.
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